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Bistum Chur

Messa del Crisma 2017. Omelia di S. E. Mons. Vitus Huonder

[Traduzione dall’originale tedesco]

Cari confratelli nel servizio sacerdotale

„Il dono della vocazione al presbiterato“. Sono queste le parole iniziali delle nuove norme per la formazione sacerdotale, emanata dalla Congregazione per il Clero, la nuova Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis. Dopo l’approvazione da parte del Santo Padre, è stata promulgata dalla Congregazione il giorno 8 dicembre 2016.

La vocazione presbiterale è un dono di Dio. È un dono di Dio per la Chiesa! Il sacerdote è un dono di Dio per la Chiesa, per l’umanità! La vocazione presbiterale è anche un dono di Dio per il sacerdote stesso. Poter operare come sacerdote è una grande grazia, una grazia per la santità. Poter celebrare il Santo Sacrificio della Messa – il più alto compito del sacerdote – è un bene inestimabile. Rendiamone grazie a Dio.

Cari confratelli, voglio oggi nuovamente richiamare la verità del sacerdozio. Ricorre oggi infatti la giornata in cui si ricorda l’istituzione di due sacramenti: il Sacramento dell’Altare e il Sacramento del Sacerdozio. San Giovanni Paolo II dice a riguardo: „Le parole di Gesù nel cenacolo ‘Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me […] Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi’ (Lc 22,19-20), spiegano la specifica reciprocità tra l’Eucaristia e il Sacerdozio […]: si tratta di due Sacramenti nati insieme, le cui sorti sono indissolubilmente legate fino alla fine del mondo“ (GIOVANNI PAOLO II, Lettera ai sacerdoti per il Giovedì Santo, 2004). Facciamo nostre queste sue parole: „due Sacramenti nati insieme, le cui sorti sono indissolubilmente legate fino alla fine del mondo“.

Questo pensiero ci ricorda i commenti di San TOMMASO D’AQUINO: „Manifestum est enim quod sacramentum ordinis ordinatur ad Eucharistiae consecrationem“ (STh, 65,3 r). „È chiaro (…) che il sacramento dell’ordine mira alla consacrazione dell’Eucarestia“. L’ordinazione sacerdotale conferisce una potestas sacramentalis, una potestà sacramentale per l’offerta del sacrificio, che rende appunto diverso il sacerdote dagli altri fedeli (cfr. STh III, 82,1 a 2), non solo di grado ma anche essenzialmente (cfr. Lumen gentium 10). Ed è questa la particolarità del dono della vocazione sacerdotale. È per questo che vengono unte le mani del sacerdote. Se richiamo l’attenzione a questa differenza, non lo faccio per sminuire i fedeli laici, ma per apprezzare la pienezza dei doni di Dio e per prevenire quell’impoverimento nella fede avvenuto negli ultimi anni a causa di un malsano livellamento. Alla fine, si tratta di una mancanza di apprezzamento per i doni di Dio, una mancanza di apprezzamento per la chiamata del Signore. Per questo vi chiedo, cari confratelli, di non lasciarvi intimidire e di non credere che come sacerdoti dobbiate essere in tutto uguali agli altri, nascondendo ogni segno di distinzione. Esercitate il vostro sacerdozio! Lasciatevi riconoscere come sacerdoti! Lasciatevi riconoscere come sacerdoti, finché viviamo ancora nella libertà che ce lo permette. Forse arriveranno tempi in cui dovremo nasconderci per poter svolgere la nostra missione sacerdotale.

Il dono della vocazione al presbiterato! Questo dono è un talento secondo il Vangelo: „Avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità“ (Mt 25, 14-15). Noi abbiamo ricevuto il talento del sacerdozio per poterlo esercitare. Dobbiamo impiegare questo talento per la salvezza del mondo. Dobbiamo fare tutto il possibile affinché questo talento – ed in particolare la potestas sacramentalis per la celebrazione della Santa Messa ed egualmente per la remissione dei peccati – non rimanga inutilizzato. Non dobbiamo lasciare che ci accada ciò che il Vangelo ci presenta come esempio biasimevole: „Andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone“ (Mt 25,18).

Riguardo al talento del sacerdozio la Institutio Fundamentalis scrive: „Il presbitero, membro del Popolo santo di Dio, è chiamato a coltivare il suo dinamismo missionario, esercitando con umiltà il compito pastorale di guida autorevole, maestro della Parola e ministro dei sacramenti, praticando una feconda paternità spirituale“ (33). Vorrei sottolineare le parole „esercitando con umiltà il compito pastorale“. Dove si trova l’origine di questo ‘esercitare con umiltà’? Da dove riceve il sacerdote l’umiltà del servizio? La riceve dal discepolato, dalla sequela di Cristo. Il sacerdote è discepolo del Signore. Essere discepolo del Signore significa consegnare tutta la propria vita al Signore. Essere discepolo del Signore significa essere integralmente con il Signore, seguirlo integralmente. La sequela di Cristo ottiene la sua efficacia in particolare quando si vive nella libertà del discepolo, cioè, quando si vive secondo i consigli evangelici: povertà, ubbidienza e castità (cfr. RF 69). È a questa vita che noi sacerdoti dobbiamo rimanere fedeli. In particolare dobbiamo stimare la virtù della castità. La Chiesa non ha imposto ai sacerdoti solo gradualmente, col passare del tempo, questo modo di vivere. Esso risulta dalle richieste del Signore stesso e dal suo esempio. Il Signore afferma infatti: „Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo“ (Lc 14,26). Nonostante queste parole del Signore, nella vita dei sacerdoti si verificavano indifferenza e sventatezza e la Chiesa dovette rimandare alle origini. È questo il motivo per cui essa, almeno nella Chiesa occidentale, prescrisse il celibato.

Sin dall’inizio la Chiesa ha compreso la vita nella sequela di Cristo come un comando del Signore e un’esigenza richiesta dalle comunità cristiane primitive. Prendo ad esempio l’enunciato di un vescovo durante il Concilio di Cartagine (390): „Come è stato detto sopra, conviene che i sacri presuli, i sacerdoti di Dio e i Leviti, ossia tutti coloro che servono ai divini sacramenti, siano continenti in tutto per cui possano senza difficoltà ottenere ciò che chiedono dal Signore; affinché così anche noi custodiamo ciò che hanno insegnato gli apostoli e che tutto il passato ha conservato“ (Can. 2; CCL 149/12). Un’altra testimonianza che voglio citarvi è quella di San Girolamo (+419/420): „Il Cristo vergine, la Vergine Maria hanno per ogni sesso consacrato gli inizi della verginità; gli Apostoli furono o vergini o continenti dopo il matrimonio. Vescovi, sacerdoti e diaconi sono scelti vergini o vedovi; e in ogni caso, una volta ricevuto il sacerdozio, osservano la castità perfetta“.

Guidati dalla parola del Signore e rafforzati da queste testimonianze, vogliamo rinnovare in noi lo spirito della sequela di Cristo, ringraziare Dio per la nostra vocazione e non nascondere il dono del sacerdozio sotto terra, ma insieme con lui operare con tenacia, coraggio e gioia per la salvezza degli uomini. Amen.